26 Mar, 2008

Quell´italiano sul Granma

Inviato da undelio 02:08 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale

La malinconia dell´addio di Gino Doné. È morto a San Donà del Piave. Le ultime immagini mostrano un signore a passeggio sull´argine della città veneta beato come quando frugava la sabbia delle spiagge della Florida alla ricerca di denti di pescecane. Quei denti che gli ami dei cacciatori strappavano alla preda. Stivali, cappello con visiera, barba alla Hemingway e una maglietta segnata dal nome «Granma». Proprio la barca di Fidel e del Che, traversata avventurosa dal Messico con la speranza di rovesciare la dittatura di Battista. Impresa alla quale 82 utopisti si erano associati, impresa incredibilmente riuscita.

Ma il Doné che aveva salvato il Che folgorato dall´asma nelle ore dello sbarco ritrascinandolo nel plotone di comando, 2 dicembre 1956; quel Gino Doné sorridente e sicuro non ce l´ha fatta ad entrare all´Avana accanto all´amico del cuore: Ernesto. Lo ha sempre chiamato Ernesto nei primi incontri che ci hanno riunito in Florida quando l´ho ripescato, nove anni fa, assieme al fotografo Pigi Cipelli. «Il Che è venuto dopo. Lo hanno inventato gli altri», si arrabbiava. «L´uomo che mi incantava a Città del Messico era solo Ernesto. Il Che è stata una bella invenzione dei cubani e dei giornalisti accorsi ad osservare come avrebbero cambiato la storia i ragazzi al potere all´Avana; ma io ricordo l´Ernesto che saltava la cena per sfamare una madre e tre bambini gelati dall´inverno. Allungavano la mano sulla porta della posada dove i pochi soldi consolavano malamente la nostra pancia vuota. Ernesto spariva per riapparire trionfante: "stasera non ho fame". Allora sono uscito: la donna e i bambini mangiavano. Allora sono rientrato e ho preso Ernesto per il bavero inchiodandolo al muro: giusto sfamare chi ha fame, ma il tuo impegno riguarda tutti noi e la gente che a Cuba aspetta di vedere crollare Battista. Non rifarlo più...».

Ma Ernesto lo ha rifatto. Ernesto malinconico per il matrimoni fallito con la moglie peruviana; per Hildita, la figlia piccola scomparsa a Lima assieme alla madre. Insomma l´Ernesto che con Gino Doné e un volontario domenicano costituivano l´intera legione straniera della spedizione del Granma. All´impresa del Granma Gino aveva preso parte con la qualifica di «tenente della retroguardia» comandata da Raul. Perché proprio a un italiano di 32 anni, il più vecchio della spedizione, era stato affidato l´incarico di contenere l´inseguimento dei militari di Battista? Ecco la prima parte di una vita irripetibile.

La seconda guerra mondiale sorprende Doné a Pola, nel tutti a casa dell´8 settembre. Scappa. Torna a piedi a San Donà del Piave. A piedi, sfuggendo i posti di blocco dei tedeschi. Ma i fascisti del suo Veneto lo vanno a prendere in casa. Disertore da spedire in Germani a meno che non accetti la divisa tedesca per dimostrare il pentimento. Donè indossa i panni di Hitler e subito riscappa. Lo riprendono: diventa carne da cannone da schierare ad Anzio per fronteggiare lo sbarco alleato. Primissima linea per venti giorni così vicino agli americani che dovrebbe uccidere e ai quali non spara, da ascoltarne i discorsi ed innamorarsi della loro lingua. Terza fuga: sempre a piedi attraversa l´Italia per tornare a San Donà. La campagna attorno era una palude: i tedeschi l´avevano riallagata temendo uno sbarco americano. Viene contattato dall´intelligence inglese e fino alla fine raccoglie e imbarca su un sottomarino alleato che affiora a Caorle, piloti britannici e australiani abbatuti nella pianura veneta e nascosti dai contadini. Centro strategico la fattoria Argentin, padre di Moreno Argentin, campione del pedale. Londra lo decora con una croce di guerra, ma nel dopoguerra tornano le tasche vuote. Clandestino in Francia, clandestino ad Amburgo, clandestino su una nave della Lauro diretta all´Avana. Dove comincia a lavorare manovrando scavatrici per aprire una strada verso Santiago de Cuba. Incontra la bella figlia di un tabaquero, la sposa. Il tabaquero appartiene ai radicali ortodossi che finanziano il Fidel in esilio a Città del Messico. Gino va e viene con i dollari cuciti sotto la fodera della giacca. Nasce l´amicizia con Castro il quale gli cucina perfino un piatto di spaghetti, ma è Ernesto l´amico che ammira: comincia l´avventura. Finisce poco dopo lo sbarco. Un´imboscata e Gino si salva a Santa Clara dove viene incaricato di addestrare militarmente giovanissime maestre rurali. La prima allieva si chiama Aleida March futura moglie del Che o di Ernesto, come ricordava Gino. La prepara ad un attentato che non si farà. Poi un´imboscata della polizia. Clandestino su una nave danese,sbarca a New York dove comincia la terza vita. Imbianchino, ma anche Papillon. Va in Colombia a cercare smeraldi, prova a scavar l´oro in Venezuela, si tuffa fra i galeoni delle flotte tesoriere dell´impero spagno nella speranza di pescare un tesoro.

Gli anni passano, sposa una signora di 14 anni più matura. Diventa un pensionato squattrinato con problemi quotidiani che annebbiano ogni passato. Un giorno rivede un amico cubano che lo riporta all´Avana accolto dal tappeto rosso che Fidel riserva agli ospiti speciali. Ma Fidel e Raul non hanno tempo per riceverlo. Ne ascolto l´amarezza nella registrazione dei primi giorni d´intervista. Lo accoglie Jesus Montané, barba rossa potentissimo nell´anticamera di Fidel. Montané lo ascolta, si commuove e l´invita a tornare quando gli impegni di stato lasceranno respirare i fratelli Castro. Per Pigi Cipelli e per me che primi abbiamo ascoltato il racconto delle sue tre vite è stata un´esperienza giornalistica insolita: dovevamo ravvivare una memoria affogata nel tempo. Non c´era mai capitato. Gino ricordava lentamente e quando un episodio usciva dall´oscurità della memoria telefonava al nostro albergo, due passi dalla sua casetta: «Sono le tre di notte, ma devo raccontarvi...». Qualche minuto e si piegava sul registratore.

L´Italia ne ha scoperto l´avventura (più avventura che impresa politica) attraverso i nostri servizi del Corriere della Sera e del magazine Sette. È subito diventato un protagonista molto amato, testimone di tante storie vissute con l´impegno di chi non sopportava le ingiustizie: «Ernesto mi ha fatto capire tante cose...». In Italia ci siamo parlati qualche volta, solo al telefono. Ogni volta ripetevo il dubbio: «Hai ricordato proprio tutto?». Gino rideva: «Se vieni ti dico il resto». Adesso, l´ultimo viaggio.

di Maurizio Chierici

25 Mar, 2008

335 grida dalla cava

Inviato da undelio 16:37 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale

335 grida dalla cava che declamano ancora una giustizia che non potra' mai piu' esser data.

24 marzo 1944 la storia non si puo' dimenticare.

 

  1. Agnini Ferdinando - Studente di medicina.
  2. Ajroldi Antonio - Maggiore del Regio Esercito.
  3. Albanese Teodato - Avvocato.
  4. Albertelli Pilo - Professore di filosofia.
  5. Amoretti Ivanoe - Sottotenente in servizio permanente effettivo.
  6. Angelai Aldo - Macellaio.
  7. Angeli Virgilio - Pittore.
  8. Angelini Paolo - Autista.
  9. Angelucci Giovanni - Macellaio.
  10. Annarumi Bruno - Stagnino.
  11. Anticoli Lazzaro - Venditore ambulante.
  12. Artale Vito - Tenente Generale d'artiglieria.
  13. Astrologo Cesare - Lucidatore.
  14. Aversa Raffaele - Capitano dei Carabinieri Reali.
  15. Avolio Carlo - Impiegato (S.A.L.B.)
  16. Azzarita Manfredi - Capitano di cavalleria.
  17. Baglivo Ugo - Avvocato.
  18. Ballina Giovanni - Contadino.
  19. Banzi Aldo - Impiegato.
  20. Barbieri Silvio - Architetto.
  21. Benati Nino - Banchista.
  22. Bendicenti Donato - Avvocato.
  23. Berardi Lallo - Manovale.
  24. Bernabei Elio - Ingegnere delle Ferrovie dello Stato.
  25. Bernardini - Commerciante.
  26. Bernardini Tito - Magazziniere.
  27. Berolsheimer Aldo - Commesso.
  28. Blumstein Giorgio Leone - Banchiere.
  29. Bolgia Michele - Ferroviere.
  30. Bonanni Luigi - Autista.
  31. Bordoni Manlio - Impiegato.
  32. Bruno Dl Belmonte Luigi - Proprietario.
  33. Bucchi Marcello - Geometra.
  34. Bucci Bruno - Disegnatore.
  35. Bucci Umberto - Impiegato.
  36. Bucciano Francesco - Impiegato.
  37. Bussi Armando - Impiegato delle Ferrovie dello Stato. strappato dai tedeschi dalla sua casa in via Savoia 72 a Roma a seguito di una delazione
  38. Butera Gaetano - Pittore.
  39. Buttaroni Vittorio - Autista.
  40. Butticé Leonardo - Meccanico.
  41. Calderari Giuseppe - Contadino.
  42. Camisotti Carlo - Asfaltista.
  43. Campanile Silvio - Commerciante.
  44. Canacci Ilario - Cameriere.
  45. Canalis Salvatore - Professore di lettere.
  46. Cantalamessa Renato - Falegname.
  47. Capecci Alfredo - Meccanico.
  48. Capozio Ottavio - Impiegato postale.
  49. Caputo Ferruccio - Studente.
  50. Caracciolo Emanuele - Regista e tecnico cinematografico.
  51. Carioli Francesco - Fruttivendolo.
  52. Carola Federico - Capitano d'aviazione.
  53. Carola Mario - Capitano di fanteria.
  54. Casadei Andrea - Falegname.
  55. Sabato Martelli Castaldi. Generale.
  56. Caviglia Adolfo - Impiegato.
  57. Celani Giuseppe - Ispettore capo dei servizi annonari.
  58. Cerroni Oreste - Tipografo.
  59. Checchi Egidio - Meccanico.
  60. Chiesa Romualdo - Studente.
  61. Chiricozzi Aldo Francesco - Impiegato.
  62. Ciavarella Francesco - Marinaio.
  63. Cibei Duilio - Falegname.
  64. Cibei Gino - Meccanico.
  65. Cinelli Francesco - Impiegato.
  66. Cinelli Giuseppe - Portatore ai mercati generali.
  67. Cocco Pasquale - Studente.
  68. Coen Saverio - Commerciante.
  69. Conti Giorgio - Ingegnere.
  70. Corsi Orazio - Falegname
  71. Costanzi Guido - Impiegato.
  72. Cozzi Alberto - Meccanico.
  73. D'Amico Cosimo - Amministratore teatrale.
  74. D'Amico Giuseppe - Impiegato.
  75. D'Andrea Mario - Ferrovie.
  76. D'Aspro Arturo - Ragioniere.
  77. De Angelis Gerardo - Regista cinematografico.
  78. De Carolis Ugo - Maggiore dei Carabinieri Reali La Scuola Allievi Ufficiali dei Carabinieri a Roma è dedicata alla sua memoria.
  79. De Giorgio Carlo - Impiegato.
  80. De Grenet Filippo - Impiegato
  81. Della Torre Odoardo - Avvocato.
  82. Del Monte Giuseppe - Impiegato.
  83. De Marchi Raoul - Impiegato.
  84. De Nicolò Gastone - Studente.
  85. De Simoni Fidardo - Operaio.
  86. Di Capua Zaccaria - Autista.
  87. Di Castro Angelo - Commesso.
  88. Di Consiglio Cesare - Venditore ambulante.
  89. Di Consiglio Franco - Macellaio.
  90. Dl Consiglio Marco - Macellaio.
  91. Di Consiglio Mosè - Commerciante.
  92. Di Consiglio Salomone - Venditore ambulante.
  93. Di Consiglio Santoro - Macellaio.
  94. Di Nepi Alberto - Commerciante.
  95. Di Nepi Giorgio - Viaggiatore.
  96. Di Nepi Samuele - Commerciante.
  97. Di Nola Ugo - Rappresentante di commercio.
  98. Diociajuti Pier Domenico - Commerciante.
  99. Di Peppe Otello - Falegname ebanista.
  100. Di Porto Angelo - Commesso.
  101. Di Porto Giacomo - Venditore ambulante.
  102. Di Porto Giacomo - Venditore ambulante.
  103. Di Salvo Gioacchino - Impiegato.
  104. Di Segni Armando - Commerciante.
  105. Di Segni Pacifico - Venditore ambulante.
  106. Di Veroli Attilio - Commerciante.
  107. Di Veroli Michele - Collaboratore del padre commerciante.
  108. Drucker Salomone - Pellicciaio.
  109. Duranti Lido - Operaio.
  110. Efrati Marco - Commerciante.
  111. Elena Fernando - Artista.
  112. Eluisi Aldo - Pittore.
  113. Ercolani Giorgio - Tenente colonnello del Regio Esercito.
  114. Ercoli Aldo - Pittore.
  115. Fabri Renato - Commerciante.
  116. Fabrini Antonio - Stagnino.
  117. Fano Giorgio - Dottore in scienze commerciali.
  118. Fantacone Alberto - Dottore in legge.
  119. Fantini Vittorio - Farmacista.
  120. Fatucci Sabato Amadio - Venditore ambulante.
  121. Felicioli Mario - Elettrotecnico.
  122. Fenulli Dardano - Maggior Generale
  123. Ferola Enrico - Fabbro.
  124. Finamonti Loreto - Commerciante.
  125. Finocchiaro Arnaldo - Elettricista.
  126. Finzi Aldo - Politico.
  127. Fiorentini Valerio - Autista meccanico.
  128. Fiorini Fiorino - Maestro musica.
  129. Fochetti Angelo - Impiegato.
  130. Fondi Edmondo - Impiegato commerciante.
  131. Fontana Genserico -Tenente dei Carabinieri Reali, dottore in giurisprudenza.
  132. Fornari Raffaele - Commerciante.
  133. Fornaro Leone - Venditore ambulante.
  134. Forte Gaetano - Commerciante.
  135. Foschi Carlo - Commerciante.
  136. Frasca Celestino - Muratore.
  137. Frascà Paolo - Impiegato.
  138. Frascati Angelo - Commerciante.
  139. Frignani Giovanni - Tenente colonnello dei Carabinieri Reali
  140. Funaro Alberto - Commerciante.
  141. Funaro Mosè - Commerciante.
  142. Funaro Pacifico - Autista.
  143. Funaro Settimio - Venditore ambulante.
  144. Galafati Angelo - Pontarolo.
  145. Gallarello Antonio - Falegname ebanista.
  146. Gavioli Luigi - Impiegato.
  147. Gelsomini Manlio - Medico.
  148. Gesmundo Gioacchino - Professore di lettere.
  149. Giacchini Alberto - Assicuratore.
  150. Giglio Maurizio - Dottore in legge.
  151. Gigliozzi Romolo - Autista.
  152. Giordano Calcedonio - Corazziere.
  153. Giorgi Giorgio - Ragioniere.
  154. Giorgini Renzo - Industriale.
  155. Giustiniani Antonio - Cameriere.
  156. Gorgolini Giorgio - Ragioniere.
  157. Gori Gastone - Muratore.
  158. Govoni Aladino - Capitano dei granatieri.
  159. Grani Umberto - Tenente colonnello Regia Aeronautica.
  160. Grieco Ennio - Elettromeccanico.
  161. Guidoni Unico - Studente.
  162. Haipel Mario - Maresciallo del Regio Esercito.
  163. Iaforte Domenico - Calzolaio.
  164. Ialuna Sebastiano - Agricoltore.
  165. Imperiali Costantino - Rappresentante di vini.
  166. Intreccialagli Mario - Calzolaio.
  167. Kereszti Sandor - Ufficiale.
  168. Landesman Boris - Commerciante.
  169. La Vecchia Gaetano - Ebanista.
  170. Leonardi Ornello - Commesso.
  171. Leonelli Cesare - Avvocato.
  172. Liberi Epidemio - Industriale.
  173. Lioonnici Amedeo - Industriale.
  174. Limentani Davide - Commerciante.
  175. Limentani Giovanni - Commerciante.
  176. Limentani Settimio - Commerciante.
  177. Lombardi Ezio - Impiegato.
  178. Lopresti Giuseppe - Dottore in legge.
  179. Lordi Roberto - Generale della Regia Aeronautica.
  180. Lotti Giuseppe - Stuccatore.
  181. Lucarelli Armando - Tipografo.
  182. Luchetti Carlo - Stagnaro.
  183. Luna Gavino - Impiegato delle Regie Poste. Con il nome d'arte di Gavino de Lunas incise un disco di musica sarda pubblicato nel Regno Unito.
  184. Lungaro Pietro Ermelindo - Sottufficiale di Pubblica Sicurezza.
  185. Lunghi Ambrogio - Asfaltista.
  186. Lusena Umberto - Maggiore del Regio Esercito.
  187. Luzzi Everardo - Metallurgico.
  188. Magri Mario - Capitano d'artiglieria.
  189. Manca Candido - Brigadiere dei Carabinieri Reali.
  190. Mancini Enrico - Commerciante.
  191. Marchesi Alberto - Commerciante, comunista, ex ardito bersagliere
  192. Marchetti Duilio - Autista.
  193. Margioni Antonio - Falegname.
  194. Marimpietri Vittorio - Impiegato.
  195. Marino Angelo - Piazzista.
  196. Martella Angelo
  197. Martelli Castaldi Sabato - Generale della Regia Aeronautica.
  198. Martini Placido - Avvocato.
  199. Mastrangeli Fulvio - Impiegato.
  200. Mastrogiacomo Luigi - Custode del ministero delle Finanza.
  201. Medas Giuseppe - Avvocato.
  202. Menasci Umberto - Commerciante.
  203. Micheli Ernesto - Imbianchino.
  204. Micozzi Emidio - Commerciante.
  205. Mieli Cesare - Venditore ambulante.
  206. Mieli Mario - Negoziante.
  207. Mieli Renato - Negoziante.
  208. Milano Raffaele - Viaggiatore.
  209. Milano Tullio - Impiegato.
  210. Milano Ugo - Impiegato.
  211. Mocci Sisinnio
  212. Montezemolo Giuseppe - Colonnello del Regio Esercito.
  213. Moretti Augusto
  214. Moretti Pio - Contadino.
  215. Morgano Santo - Elettromeccanico.
  216. Mosca Alfredo - Elettrotecnico.
  217. Moscati Emanuele - Piazzista.
  218. Moscati Pace - Venditore ambulante.
  219. Moscati Vito - Elettricista.
  220. Mosciatti Carlo - Impiegato.
  221. Napoleone Agostino - Sottotenente di vascello della Regia Marina.
  222. Natali Celestino - Commerciante.
  223. Natili Mariano - Commerciante.
  224. Navarra Giuseppe - Contadino.
  225. Ninci Sestilio - Tramviere.
  226. Nobili Edoardo - Meccanico.
  227. Norma Fernando - Ebanista.
  228. Orlandi Posti Orlando - Studente.
  229. Ottaviano Armando - Dottore in lettere.
  230. Paliani Attilio - Commerciante.
  231. Pappagallo Pietro - Sacerdote.
  232. Pasqualucci Alfredo - Calzolaio.
  233. Passarella Mario - Falegname.
  234. Pelliccia Ulderico - Carpentiere.
  235. Pensuti Renzo - Studente.
  236. Pepicelli Francesco - Maresciallo dei Carabinieri Reali.
  237. Perpetua Remo - Rigattiere.
  238. Perugia Angelo - Venditore ambulante.
  239. Petocchi Amedeo
  240. Petrucci Paolo - Professore di lettere.
  241. Pettorini Ambrogio - Agricoltore.
  242. Piasco Renzo - Ferroviere.
  243. Piattelli Cesare - Venditore ambulante.
  244. Piattelli Franco - Commesso.
  245. Piattelli Giacomo - Piazzista.
  246. Pierantoni Luigi - Medico.
  247. Pierleoni Romolo - Fabbro.
  248. Pignotti Angelo - Negoziante.
  249. Pignotti Umberto - Impiegato.
  250. Piperno Claudio - Commerciante.
  251. Piras Ignazio - Contadino.
  252. Pirozzi Vincenzo - Ragioniere.
  253. Pisino Antonio - Ufficiale di marina.
  254. Pistonesi Antonio - Cameriere.
  255. Pitrelli Rosario - Meccanico.
  256. Polli Domenico - Costruttore edile.
  257. Portieri Alessandro - Meccanico.
  258. Portinari Erminio - Geometra.
  259. Primavera Pietro - Impiegato.
  260. Prosperi Antonio - Impiegato.
  261. Pula Italo - Fabbro.
  262. Pula Spartaco - Verniciatore.
  263. Raffaeli Beniamino - Carpentiere.
  264. Rampulla Giovanni - Tenente colonnello.
  265. Rendina Roberto - Tenente colonnello d'artiglieria.
  266. Renzi Egidio - Operaio.
  267. Renzini Augusto - Carabiniere.
  268. Ricci Domenico - Impiegato.
  269. Rindone Nunzio - Pastore.
  270. Rizzo Ottorino - Maggiore del Regio Esercito.
  271. Roazzi Antonio - Autista.
  272. Rocchi Filippo - Commerciante.
  273. Rodella Bruno - Studente.
  274. Rodriguez Pereira Romeo - Tenente dei Carabinieri Reali.
  275. Romagnoli Goffredo - Ferroviere.
  276. Roncacci Giulio - Commerciante.
  277. Ronconi Ettore - Contadino.
  278. Saccotelli Vincenzo - Falegname.
  279. Salemme Felice - Impiegato.
  280. Salvatori Giovanni - Impiegato.
  281. Sansolini Adolfo - Commerciante.
  282. Sansolini Alfredo - Commerciante.
  283. Savelli Francesco - Ingegnere.
  284. Scarioli Ivano - Bracciante.
  285. Scattoni Umberto - Pittore.
  286. Sciunnach Dattilo - Commerciante.
  287. Semini Fiorenzo - Sottotenente di vascello della Regia Marina.
  288. Senesi Giovanni - Esattore istituto di assicurazioni.
  289. Sepe Gaetano - Sarto.
  290. Sergi Gerardo - Sottotenente dei Carabinieri Reali.
  291. Sermoneta Benedetto - Venditore ambulante.
  292. Silvestri Sebastiano - Agricoltore.
  293. Simoni Simone - Generale.
  294. Sonnino Angelo - Commerciante.
  295. Sonnino Gabriele - Commesso.
  296. Sonnino Mosè - Venditore ambulante.
  297. Sonnino Pacifico - Commerciante.
  298. Spunticchia Antonino - Meccanico.
  299. Stame Nicola Ugo - Artista lirico.
  300. Talamo Manfredi - Tenente colonnello dei Carabinieri Reali.
  301. Tapparelli Mario - Commerciante.
  302. Tedesco Cesare - Commesso.
  303. Terracina Sergio - Commesso.
  304. Testa Settimio - Contadino.
  305. Trentini Giulio - Arrotino.
  306. Troiani Eusebio - Mediatore.
  307. Troiani Pietro - Venditore ambulante.
  308. Ugolini Nino - Elettromeccanico.
  309. Unghetti Antonio - Manovale.
  310. Valesani Otello - Calzolaio.
  311. Vercillo Giovanni - Impiegato.
  312. Villoresi Renato - Capitano del Regio Esercito.
  313. Viotti Pietro - Commerciante
  314. Vivanti Angelo - Commerciante.
  315. Vivanti Giacomo - Commerciante.
  316. Vivenzio Gennaro
  317. Volponi Guido - Impiegato.
  318. Wald Pesach Paul
  319. Wald Schra
  320. Zaccagnini Carlo - Avvocato.
  321. Zambelli Ilario - Telegrafista
  322. Zarfati Alessandro - Commerciante.
  323. Zicconi Raffaele - Impiegato.
  324. Zironi Augusto - Sottotenente di vascello della Regia Marina.

 

18 Mar, 2008

La verità sul Tibet secondo il PMLI

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La questione del Tibet è stata creata ad arte dalla cricca reazionaria e semifeudale tibetana istigata e sostenuta dall'imperialismo e dalla sua politica aggressiva contro l'allora Cina socialista

(articolo de "Il Bolscevico" n. 17 - 30 aprile 1998)

Della nauseabonda orgia anticomunista scatenata dalla borghesia e dall'imperialismo che vomitano altro veleno e calunnie sul socialismo nel tentativo di cancellarlo definitivamente dalla mente del proletariato e dissuadere le nuove generazioni dall'aprire i libri del socialismo e del marxismo-leninismo-pensiero di Mao per spingerle ad abbandonare definitivamente l'aspirazione a trasformare il mondo, abbattere la società borghese e conquistare il socialismo fa parte a pieno titolo il film filobuddista, anticomunista e antiMao di Martin Scorsese, "Kundun"; il film riporta una parte della vita dell'attuale Dalai Lama, il XIV, dalla nascita alla fuga dal Tibet nel 1959, con la pretesa di raccontare la "vera storia" della questione tibetana. Scorsese legge la storia con le lenti della borghesia, della reazione e dell'imperialismo, deforma o nasconde in parte la realtà di come si sono svolti i fatti, per portare chi va a vedere il film a pensare, come Bobbio, che il comunismo per sua natura è dispotico e che si è imposto dovunque col terrore. Solo che ha sbagliato completamente esempio.
La liberazione del popolo tibetano dalle catene della schiavitù feudale, la partecipazione della minoranza nazionale tibetana nel pieno rispetto dei suoi costumi e tradizioni allo sviluppo della società socialista nella Cina di Mao poteva essere un fatto compiuto in breve tempo; all'esercito popolare sarebbero bastati pochi giorni nel 1950 per spazzare via dal potere il governo reazionario tibetano e il pugno di nobili e ecclesiastici che opprimevano la popolazione, quella parte cioè dei circa 60 mila componenti la classe superiore che sfruttava i restanti quasi 1,2 milioni di tibetani tenuti in condizioni di schiavi. Come bastava un semplice ordine affinché il Dalai Lama fosse arrestato nel suo palazzo, il Norbou Linka, per impedirne la fuga in India. Il governo popolare centrale poteva prendere sotto il suo controllo non solo le questioni di politica estera e non lasciare intatto il sistema politico e sociale, l'esercito e la moneta, in attesa che il governo locale e il popolo tibetano decidessero da soli i tempi e i modi delle riforme. Tutto ciò non è avvenuto. L'esercito popolare non si è comportato in Tibet come un esercito occupante, è stato autosufficiente e autonomo per non pesare sulla popolazione; non ha represso e arrestato gli elementi reazionari istigati dall'imperialismo, che pure dal 1951 al 1959 hanno organizzato bande armate e compiuto violenze in varie parti della regione, lasciando il compito al governo locale nonostante che nella sua maggioranza fosse il centro interno della controrivoluzione; non ha sparato il primo colpo ma solo reagito una volta aggredito nella insurrezione controrivoluzionaria del 1959. Il governo centrale ha sottoscritto e mantenuto accordi affinché la trasformazione politica ed economica del Tibet avvenisse gradualmente e soprattutto col pieno consenso e la cooperazione degli strati superiori del Tibet. L'accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet sottoscritto dal governo centrale e quello locale il 23 maggio 1951 traccia questa linea. Nelle parti riguardanti la riorganizzazione dell'esercito e le riforme ancora nel 1959, dopo otto anni, era al punto di partenza per il boicottaggio dei reazionari tibetani, eppure il governo popolare centrale aveva concesso altri anni di tempo affinché maturassero le condizioni per una sua piena applicazione. Si realizzeranno con la sconfitta delle forze reazionarie tibetane, costruita con le loro stesse mani.
Ciò rispondeva alla lungimirante e corretta politica del governo popolare centrale, della Cina socialista guidata da Mao, verso le minoranze nazionali, applicata alla specifica situazione del Tibet, per far sì che il popolo tibetano e la regione autonoma del Tibet occupassero degnamente il loro posto nella Repubblica popolare.
Diversa è oggi la situazione nella Cina guidata dai rinnegati dirigenti fascisti e revisionisti di Pechino che morto Mao hanno fatto molta strada sulla via del tradimento di Mao e del socialismo e della restaurazione del capitalismo. Ma questa è un'altra storia.
Quella della liberazione pacifica del Tibet parla da sola; deve essere naturalmente letta con gli occhi del proletariato, una lettura di classe con la lente del marxismo-leninismo-pensiero di Mao, opposta a quella spacciata dalla borghesia, dal Dalai Lama, da Scorsese.

I LEGAMI STORICI TRA IL TIBET E LA CINA
I legami storici tra il Tibet e la Cina sono inizialmente costruiti con matrimoni tra principesse cinesi spose a re tibetani. Nell'800 scoppiano dissensi tra il re e alti ecclesiastici che lo assassinano; seguiranno 400 anni di divisioni e scontri tra le tribù feudali. Nel 1253 l'armata dell'imperatore cinese ristabilisce l' unità della regione che è incorporata nell'impero. La struttura politica e religiosa del Tibet fu determinata gradualmente dai successivi governi imperiali. Nel 1275 l'imperatore Kubilai Khan (dinastia Yuans) conferì al capo della setta buddista di Sakyapa il titolo di referente per l'impero unificando il potere temporale e spirituale nella figura del Dalai Lama. Alle successive cerimonie di investitura dei nuovi Dalai, compreso l'ultimo il XIV, saranno sempre presenti inviati del governo centrale. I cambiamenti delle dinastie reggenti in Cina non portano modifiche alla struttura di potere tibetana. La nuova dinastia imperiale dei Tsings, conferma il potere del Dalai nel 1653. Il governo locale (kacha) è definito come compiti, struttura e funzioni come organo amministrativo, composto da 4 kaloons, dignitari d'alto rango inferiori solo al reggente che risponde al Dalai Lama. La struttura sociale di tipo feudale che vede sul gradino più alto poche centinaia di famiglie di nobili, gli alti ecclesiasti e i membri del governo possedere tutte le ricchezze della regione si manterrà sostanzialmente fino al 1959.

LE INVASIONI COLONIALISTE
Il declino della dinastia Tsings è segnato dalle aggressioni colonialiste alla Cina, ivi compresi i territori del Tibet che sono invasi dagli imperialisti britannici nel 1886. Le truppe inglesi si scontrano con una dura resistenza del popolo tibetano. Una seconda invasione inglese si ha nel 1904. Il popolo tibetano sconfitto sul piano militare proseguiva l'opposizione tanto che gli inglesi non poterono annettere la regione alle loro colonie. Cercarono così di provocare la disgregazione interna del Tibet appoggiandosi su un pugno di reazionari della classe superiore che rivendicavano la fine dell'oppressione dell'impero cinese per staccare il Tibet dalla Cina e portarlo sotto il controllo dell'imperialismo inglese. Una occasione capitò con la rivoluzione repubblicana in Cina nel 1911 contro la dinastia mancese. I gruppi di reazionari tibetani scatenarono una rivolta contro il residente imperiale a Lhasa ma anche contro i tibetani patrioti;, molti di loro furono assassinati, il IX Pantchen Erdeni fu costretto a fuggire dal Tibet per evitare l'assassinio. Gli inglesi convocarono la conferenza di Simla, nel 1913, tra Cina, Gran Bretagna e Tibet con lo scopo di definire un accordo per inglobare il Tibet nella loro colonia indiana. L'opposizione del popolo tibetano costrinse la delegazione cinese a non firmare l'accordo. Anche un secondo tentativo inglese nel 1918 fallì.

MORTE XIII DALAI REGGENZA RABCHEN
Alla morte del XIII Dalai (1933), in attesa del nuovo, la gestione dell'amministrazione degli affari tibetani spettò al reggente Rabchen, interprete dei sentimenti patriottici della popolazione ecclesiastica e laica del tibet che si opponeva alle mire separatiste e filo colonialiste dei gruppi reazionari tibetani. Rabchen appoggia la guerra contro gli invasori giapponesi condotta dalle forze comuniste dirette da Mao.
Il successore del Dalai, l'attuale XIV°, fu trovato dal governo locale nel 1938 e insediato nel palazzo di Potala a Lhasa il 22 febbraio 1940 con una cerimonia a cui parteciparono come sempre inviati del governo centrale, allora del Kuomintang.
I gruppi reazionari tibetani tornarono all'attacco nel 1947; finita la vittoriosa guerra contro l'occupazione giapponese infuriava in Cina lo scontro tra l'esercito popolare guidato da Mao e le truppe reazionarie del Kuomintang sostenute dall'imperialismo americano, che in Asia era affiancato dagli imperialisti britannici, francesi e olandesi per reprimere movimenti indipendentisti nelle colonie e per contenere "l'avanzata del comunismo".
Già nel 1943 il governo locale del Tibet aveva annunciato la costituzione di un proprio ufficio per gli affari esteri. Nel 1947 un gruppo di reazionari tibetani organizzarono un complotto, arrestarono il reggente Rabchen, assassinato in carcere, e diversi patrioti fra cui il padre del Dalai Lama e presero il potere manifestando l'intenzione di separare il Tibet dalla Cina e trasformarlo in una colonia imperialista, secondo la teoria, esposta dagli inglesi della necessità di creare uno stato cuscinetto tra India e Cina. Gli inglesi convocheranno nel marzo 1947 una conferenza asiatica a Nuova Delhi alla quale il Tibet fu invitato come paese indipendente. A fianco delle ingerenze inglesi sul Tibet si schierarono gli Usa che nel mese di ottobre del 1947 invitarono nel loro paese una "missione commerciale tibetana". La missione arriverà negli Usa nel luglio 1948. La città indiana di Kalimpong diventa il centro esterno di base per l'aggressione imperialista al Tibet. Nel luglio 1949 a fronte della disfatta oramai in vista delle forze reazionarie del Kuomintang il governo locale del Tibet invita i rappresentanti del Kuomintang a lasciare Lhasa, per "prevenire l'infiltrazione comunista in Tibet". Nell'agosto del 1949 sulla stampa americana appaiono articoli che difendono la separazione del Tibet dalla Cina, il suo ingresso alle Nazioni Unite e chiedono al governo di aiutare militarmente il governo locale del Tibet. Gli imperialisti americani e inglesi vista fallita l'operazione di sostegno al Kuomintang cercano di sottrarre alla Cina socialista perlomeno il Tibet. Ma falliscono.

NASCITA DELLA REPUBBLICA POPOLARE CINESE. PROGETTO DI LIBERAZIONE PACIFICA DEL TIBET
Il primo ottobre 1949 Mao proclama la nascita della Repubblica popolare cinese; tutta la Cina è liberata ad eccezione del Tibet e di Taiwan. Il 24 novembre 1949 da Pechino il Panchen Erdeni lancia un appello per la liberazione del Tibet. Il ministero degli esteri cinese denuncia le manovre imperialiste contro il Tibet il 20 gennaio 1950. Il governo cinese conferma la volontà di una liberazione pacifica del Tibet e nel luglio invia in Tibet il budda vivente Garda, un patriota tibetano vicepresidente del governo popolare provinciale del Sikang (la zona confinante col Tibet), a prendere contatto col governo locale e negoziare la liberazione pacifica della regione. Al suo arrivo a Tchamdo è bloccato dai reazionari tibetani organizzati da un agente britannico (Robert Webster Ford) che il 21 agosto lo fa arrestare e assassinare.
Il governo popolare centrale dà perciò l'ordine all'esercito popolare di liberazione (Epl) di entrare in Tibet. I reazionari in seno al governo locale tibetano ordinano la resistenza a Tchamdo. Il 19 ottobre 1950 l'Epl libera Tchamdo. Il 1° novembre 1950 il segretario di Stato americano Acheson urla all'aggressione cinese al Tibet e annuncia pesanti conseguenze. Il governo indiano denuncia l'invasione del Tibet da parte della Cina. Perciò i reazionari tibetani guidati dal reggente Tagcha portano il Dalai a Yatung, da dove contano di spostarlo in India. Ma i tre principali monasteri e le masse popolari tibetane si oppongono, diversi consiglieri del Dalai disapprovano la fuga verso l'India e sono per aprire negoziati col governo popolare centrale. Nella primavera del 1951 Tagcha è costretto a dimettersi e il Dalai nomina 5 plenipotenziari incaricati di condurre per conto del governo locale i negoziati con il governo popolare centrale. Falliscono così le manovre imperialiste per staccare il Tibet dalla Cina.

L'ACCORDO IN 17 PUNTI
I negoziati sotto la condotta diretta del CC del PCC e di Mao si conclusero il 23 maggio 1951 con la firma dell'accordo in 17 punti per la liberazione pacifica del Tibet. In seguito alla firma dell'accordo il Dalai lascia Yatung e torna a Lhasa il 17 agosto 1951, dove il 26 ottobre l'esercito popolare entra acclamato calorosamente dalla popolazione. I reazionari tibetani per sabotare l'accordo dettero vita a una "assemblea popolare" per chiedere il ritiro dell'Epl dal Tibet, circondarono il comando dell'Epl a Lhasa e lanciarono attacchi armati contro patrioti tibetani. Il 27 aprile 1952 il governo locale allontanò dalle loro funzioni gli animatori dell'assemblea e ne ordinò il 1° Maggio lo scioglimento.
L'atteggiamento della Cina di Mao come si comprende dall'accordo in 17 punti è di estremo rispetto delle specificità della situazione tibetana, non viene toccata l'organizzazione del governo locale e la struttura sociale, sono rispettate le credenze religiose, le usanze e i costumi locali, qualsiasi riforma è subordinata all'accettazione del governo locale. Da parte sua l'esercito popolare secondo le direttive di non pesare nemmeno per uno spillo sulle spalle della popolazione tibetana si autorganizza. In una direttiva interna del CC del PCC sul lavoro nel Tibet del 6 aprile 1952 si afferma: "Dobbiamo fare ogni sforzo e usare metodi appropriati per conquistare il Dalai e la maggioranza dei suoi strati superiori, isolare la minoranza dei cattivi elementi e arrivare in molti anni, gradualmente e senza spargimento di sangue, alla trasformazione politica ed economica del Xizang (Tibet). (...) Se le cose andranno per le lunghe non ne avremo grandi danni, al contrario, ne trarremo dei vantaggi. Lasciamo che essi (i reazionari che si opponevano all'accordo in 17 punti, ndr) commettano ogni genere di atrocità insensate contro il popolo, noi ci occuperemo solo della produzione, del commercio, della costruzione di strade, della medicina e del fronte unito (unità con la maggioranza e educazione paziente) e di altre cose buone, con lo scopo di conquistare le masse e aspettare che maturi la situazione per trattare di nuovo il problema dell'applicazione dell'accordo. Se essi trovano che istituire le scuole elementari non sia conveniente possiamo anche smettere di farle".
Il governo popolare centrale promuove lo sviluppo del Tibet con la costruzione di strade, ponti, ospedali, scuole, fabbriche e fattorie. Risolve le questioni della frontiera con l'India che aveva ancora sul territorio della regione installazioni postali e telegrafiche installate durante l'aggressione inglese del 1904; il trattato firmato il 29 aprile 1954, basato sui cinque principi della coesistenza pacifica, riguarda il commercio e le comunicazioni fra la regione del Tibet e la Cina e l'India. Con questo accordo l'india di Nehru riconosce la sovranità cinese sul Tibet.
Il Dalai partecipa con la delegazione tibetana nel settembre 1954 alla prima Assemblea popolare nazionale cinese che si tiene a Pechino. Ambienti reazionari cercano di cogliere l'occasione per fomentare disordini.
Il 9 marzo 1955 il governo popolare centrale approva la costituzione della regione autonoma del Tibet che sarà costituita in base ai lavori di un apposito comitato preparatorio costituito nell'aprile del 1956, con il Dalai Lama come presidente e il Panchen Erdeni vicepresidente.
Per l'opposizione dei settori reazionari tibetani i lavori del comitato non fanno passi in avanti. Come pure due punti importanti dell'accordo del 1951 quali la riorganizzazione dell'esercito tibetano nell'esercito popolare e la riforma del sistema sociale di servitù. Il governo centrale nonostante questi limiti nell'applicazione dell'intese non vuole mettere furia al governo locale tibetano e anzi alla fine del 1956 lo informa che per altri 6 anni non saranno introdotte riforme democratiche nella regione e che il momento della loro introduzione sarà discusso e deciso tra i dirigenti tibetani e le masse popolari del Tibet.
I reazionari tibetani con l'aiuto dell'imperialismo e dei reazionari cinesi di Taiwan preparano una sommossa allorché il Dalai si recherà in India alla fine del 1956 per le celebrazioni del 2500 anniversario del budda ma i loro tentativi di scatenare una sollevazione a Lhasa falliscono. Nel maggio e giugno del 1958 organizzano bande armate in diverse zone della regione, grazie ai rifornimenti in armi di Taiwan, dirette dal comando installato nella città indiana di Kalimpong poco oltre la frontiera. Queste bande si rendono responsabili di sabotaggi alle vie di comunicazione, violenze e saccheggi contro la popolazione. All'inizio del '59 ritennero giunto il momento per un nuovo tentativo di sollevazione e concentrarono un certo numero di controrivoluzionari armati a Lhasa.

LA SOLLEVAZIONE CONTRORIVOLUZIONARIA DEL '59
Il Dalai aveva deciso di assistere il 10 marzo ad una rappresentazione artistica all'auditorium del comando della regione militare del Tibet dell'esercito popolare a Lhasa. Il gruppo reazionario tibetano dicendo che l'invito dell'esercito popolare era una trappola per sequestrare il Dalai scatena una rivolta nella capitale. Il rappresentante ad interim del governo centrale e commissario politico del comando della regione militare del Tibet con una lettera invita il Dalai a non recarsi al comando per non avere difficoltà in seguito alle provocazioni degli ambienti reazionari nella capitale. Gruppi armati mobilitati dal gruppo reazionario circondano la sede del quartier generale dell'esercito popolare e dei rappresentanti del governo centrale a Lhasa. Assassinano varie personalità tibetane che si opponevano alla sollevazione separatista fra cui un membro del comitato preparatorio della regione autonoma e un membro del governo locale, organizzano posti di blocco armati lungo le principali vie di comunicazione.
Il Dalai in uno scambio di corrispondenza col rappresentante del governo centrale a Lhasa, il generale Tan, afferma di essere stato impedito dai suoi consiglieri di recarsi alla rappresentazione teatrale, condanna la cricca reazionaria che ha violato la legge e che compromette le relazioni tra il governo centrale e locale, dice di voler mettere fine agli atti illegali. Condanna nella lettera del 12 marzo un attacco armato di soldati tibetani sulla strada per Tsinghai. Comunica che ha ordinato la dissoluzione immediata della illegale "assemblea popolare" entrata in clandestinità dopo lo scioglimento deciso il 1° Maggio 1952 e denuncia l'introduzione di elementi reazionari nella sua residenza di Norbu Linka. Nella lettera del 15 marzo il generale Tan esprime la sua preoccupazione per la sicurezza personale del Dalai e lo invita, se lo ritiene necessario, a ricorrere per un breve tempo alla protezione presso il comando della regione militare. Nella risposta del 16 marzo il Dalai comunica di volersi impegnare a tracciare una netta linea di demarcazione tra gli elementi progressisti e quelli controrivoluzionari e non appena avrà chiarito su quanti saranno a suo fianco si recherà segretamente al comando della regione militare. Ma nella notte del 17 marzo il Dalai fugge da Lhasa verso l'India e due giorni dopo i reazionari lanciano un attacco su larga scala contro l'esercito popolare. L'Epl reagisce e aiutato dalla popolazione, dagli ecclesiastici e dai laici patriottici sconfigge in due giorni i controrivoluzionari.

LA VITTORIA DEL POPOLO TIBETANO
Il 28 marzo il primo ministro Chou En Lai allo scopo di salvaguardare l'unità del paese e l'unione delle nazionalità ordina al comando della regione militare del Tibet di sconfiggere completamente la ribellione in tutta la regione, di sciogliere il governo locale che l'ha fomentata e di conferire le funzioni e i poteri del governo locale al comitato preparatorio della regione autonoma del Tibet. Di questo organismo da cui sono espulsi 18 elementi reazionari che avevano organizzato o appoggiato la ribellione è nominato presidente il Pantchen Erdeni.
La veloce repressione del moto controrivoluzionario è possibile dato che, degli oltre 1,2 milioni di tibetani dalla parte dei controrivoluzionari, si sono schierati solo 20 mila uomini tra cui molti arruolati a forza e diversi provenienti da fuori il Tibet. La maggioranza della popolazione tibetana composta da contadini e allevatori aspira a liberarsi del sistema feudale di servitù che li costringe all'estrema povertà. Anche nello strato superiore, fra i possessori di terre e ecclesiastici vi sono numerosi patrioti che si sono schierati contro la ribellione e sostengono il processo di riforme democratiche del loro sistema sociale.
Sono queste le basi che permettono la vittoria rapida dell'Epl e la sconfitta dei piani dei reazionari e degli imperialisti. Con l'imperialismo americano che strepita contro il "barbaro intervento contro il popolo tibetano" mentre il Dalai dalla città indiana di Tezpur diffonde il 18 aprile una dichiarazione a sostegno dell'indipendenza del Tibet, contro l'accordo del 1951 a suo dire non negoziato ma "imposto" dal governo centrale, per sostenere che i primi a sparare sono state le truppe dell'Epl il 17 marzo. La versione dei fatti sposata da Scorsese in "Kundun".
Il film si chiude con il Dalai che dal rifugio in India osserva col cannocchiale le alte vette tibetane. Non riesce a vedere però le manifestazioni di massa a Lhasa e nelle altre città con le quali il popolo oppresso esprimeva il suo appoggio alla repressione della controrivoluzione. Non vede il milione di schiavi che si levava ad accusare i membri reazionari del governo locale, fra gli ecclesiastici e i nobili, dei loro crimini, che spezzava le catene della schiavitù abolendo la proprietà fondiaria e il sistema di servitù. Adesso non erano più bestie da soma ma padroni del loro destino, protagonisti della storia del Tibet, non più centrata su re e nobili, a fianco della altre nazionalità della Cina socialista, nella Regione autonoma del Tibet che sarà formalmente proclamata nella prima sessione della prima Assemblea popolare del Tibet tenuta a Lhasa dal 1° al 9 settembre del 1965.

17 Mar, 2008

Le violenze impunite del lager Bolzaneto

Inviato da undelio 11:38 | Permalink Permalink | Comments Commenti (0) | Trackback Trackback (0) | Generale

C'ERA anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti "prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di "sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri, guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori, medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la tortura dei prigionieri riprendeva.

Tortura. Non è una formula impropria o sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45 imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22 luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani. Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli, greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un lituano.

Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula.

Il reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono determinati con la pena prevista dal reato).

Come una goccia sul vetro, penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta.

Nella prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato, imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato, molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà"

La caserma di Bolzaneto oggi non è più quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un "Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad Auschwitz".

Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001 risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei.

Quel giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato, se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).

A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato. Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra - e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la presenza di oggetti nelle cavità".

Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i "prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati", 252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello rosso (o verde) sulla guancia.

È saltato fuori durante il processo che la polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione della ballerina", in punta di piedi.

Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa. La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo spappolamento della milza. A.

D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella "posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B. B. è in piedi.

Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?". S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e, da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino.

Ogni trasferimento ha la sua "posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene percossi, minacciati.

In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute offensive, le risate, gli scherni. P.

B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca, trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'.

Umiliano i malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano ("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel culo che hai", "Ti piace il manganello".

Chi è nello stanzone osserva il ritorno di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto".

Il giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri": monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare L. K.

A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene. Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto. All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare.

Per i pubblici ministeri, "i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare, hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in infermeria".

Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica, l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose delle torture di Bolzaneto.

Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?

 di GIUSEPPE D'AVANZO